La festa di Maria

La festa

Una riflessione del Cardinal Martini

Es 15
«Voglio cantare in onore del Signore:
perché ha mirabilmente trionfato,
ha gettato in mare
cavallo e cavaliere.
2 Mia forza e mio canto è il Signore,
egli mi ha salvato.
È il mio Dio e lo voglio lodare,…

Magnificat

39 In quei giorni Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda. 40 Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. 41 Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo. Elisabetta fu piena di Spirito Santo 42 ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! 43 A che debbo che la madre del mio Signore venga a me? 44 Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo. 45 E beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore».

46 Allora Maria disse:
«L’anima mia magnifica il Signore
47 e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
48 perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.

49 Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente
e Santo è il suo nome:
50 di generazione in generazione la sua misericordia
si stende su quelli che lo temono.
51 Ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
52 ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;
53 ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato a mani vuote i ricchi.
54 Ha soccorso Israele, suo servo,
ricordandosi della sua misericordia,
55 come aveva promesso ai nostri padri,
ad Abramo e alla sua discendenza,
per sempre».

Introduzione

Vogliamo parlare della «festa» come atteggiamento riconciliativo, strumento ed espressione di riconciliazione.

Potrebbe sembrare poco opportuna una riflessione sul tema della «festa» durante il tempo quaresimale ma, in realtà, la Quaresima è precisamente la preparazione alla festa delle feste, alla festività delle festività, cioè alla Pasqua.

Ci accorgiamo allora che il centro del cristianesimo è una festa; che tutta la nostra vita cristiana è ritmata dallo sviupparsi, lungo l’arco dell’anno, di quella grande festa che è la Pasqua; che la festa appartiene all’essenza della visione cristiana del mondo.

L’Antico Testamento era ritmato anch’esso dalle feste: quella delle Capanne, la festa della Dedicazione, quella della Pentecoste. E il contenuto della festa biblica è costituito dalla meraviglia, dalla gioia, dalla gratitudine, dall’esultanza e dalla lode. Tutte realtà che, come vedremo, sono espresse dall’antichissimo canto di vittoria e di festa, che leggiamo al c. 15 dell’Esodo: è il canto dei salvati, il canto dell’uscita dal mar Rosso, canto per eccellenza battesimale.

La festa nasce dall’attenzione alla concretezza di Dio che opera nella storia e suppone, quindi, l’ascolto delle meraviglie di Dio.

Dall’attenzione alla concretezza e all’ascolto nasce l’esultanza, esplode la gioia perché Dio è tanto grande in mezzo a noi.

II cantico della profetessa Maria
e il cantico di Maria di Nazareth

Il canto, di tono innico, posto in bocca a Maria, sorella di Mosè e di Aronne, in ebraico non comprende più di 9 parole che però, messe una dopo l’altra, danno subito l’impressione di una grandissima esultanza.

Il più lungo cantico di Mosè, che noi abbiamo recitato, sembra anzi essere un ampliamento successivo di questa brevissima strofa: «Cantate al Signore perché ha mirabilmente trionfato, ha gettato in mare cavallo e cavaliere». Il Signore è grande e ha dato vittoria. Maria è chiamata profetessa perché è capace di interpretare il mistero di Dio presente nella storia, perché è attenta alla concretezza del mistero di Dio e, quindi, è capace di esprimere lo stupore dell’uomo di fronte al farsi concreto e storico del mistero di salvezza.

L’inno è da lei cantato e recitato danzando davanti alle donne della comunità, e il coro delle donne risponde suonando i timpani e danzando in circolo. Da quel momento le sue parole che esprimono lo stupore dell’uomo per le meraviglie che Dio ha compiuto, hanno percorso tutta la storia di Israele.

C’è un passo della tradizione ebraica che può farcene comprendere bene la forza pervasiva e lo stile: «Nell’esaltazione di questo canto, la posterità di Abramo tutta intera fu abitata dal soffio dell’Eterno. Infatti, liberato dall’esilio, Giacobbe non aveva cantato; liberato dal coltello, Isacco non aveva cantato; liberato dalla fornace, Abramo non aveva cantato; ma in quel giorno non solo Mosè, il profeta, e Miriam, la profetessa, cantarono ma ogni uomo in Israele e ogni donna, ogni vecchio e ogni neonato. Perfino nel grembo della madre il bimbo non ancora nato cantò, poiché in quell’ora vedeva la gloria dell’Eterno, più chiara di quanto l’aveva vista il profeta Ezechiele nell’ora della sua gloria».

Questa rilettura del Talmud noi l’applichiamo istintivamente al cantico di Maria di Nazareth, al cui suono esulta il bimbo nel grembo di Elisabetta, per questa partecipazione pervasiva alla festa biblica, per questo contagio che la festa sa esprimere in tutti coloro che, in qualche maniera, ne sentono e ne ascoltano la risonanza.

Chi è, allora, Maria di Nazareth che canta il Magnificat? È l’anima di Israele, è tutto il suo popolo, è l’umanità a cui essa dà voce, è l’umanità umiliata e sorpresa dalla tenerezza concreta di Dio, è l’umanità povera e sofferente, quell’umanità di cui ci ha parlato Suor Cristina’. È tutta l’umanità sorpresa dalla tenerezza di Dio, in ascolto attento dell’agire di Dio su di lei.

Maria è quindi la scuola della festa dell’umanità, è il luogo in cui impariamo la delicatezza, l’attenzione, la chiarezza e la luminosità della festa.

In lei noi troviamola capacità di capire che cosa dà veramente gioia al mondo, che cosa rende la storia piena dell’esultanza di Dio. Entrando nelle sue parole noi comprendiamo che cosa voglia dire un popolo in festa: è un popolo che riconosce, con stupore, la grandezza di un Dio che guarda a ciò che è povero, a ciò che è niente e che di questo niente fa un popolo forte e potente, una realtà capace di generare forza, bellezza e verità.

«O Maria, noi ti chiediamo di farci comprendere la forza del tuo canto e di interrogarci, a partire da questi due cantica; su noi stessi!».

Siamo, noi, un popolo che sa fare festa, secondo le parole del salmo: «Beato il popolo che sa fare festa»?

Non è forse vero che spesso le nostre feste sono artificiali, chele nostre domeniche sono monotone e prive di vita? Non è forse vero che anche le grandi solennità, le grandi feste annuali del Natale, della Pasqua e della Pentecoste, sono pervase da tante cose ma non dalla capacità di esultare?

Domande per noi

– quali sono state per me le feste più belle?

– sappiamo fare festa tra noi, sappiamo aprire il cuore alla

– sappiamo fare nostre le feste di Dio? Suor Cristina mi ha preceduto, citando qui i passi biblici fondamentali: «Bisognava fare festa e rallegrarsi perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato!». Ecco le feste di Dio. C’è un’altra espressione del Nuovo Testamento: « Si fa più festa in cielo per un peccatore che ritorna che non per 99 giusti che non hanno bisogno di penitenza»;

– so fare le feste di Dio? In altre parole, so essere strumento di riconciliazione?

Che cosa posso fare, guardandomi intorno, in questa società sempre più puntigliosa, dove talora anche tra noi cristiani pare che valga «l’occhio per occhio, dente per dente»? Che cosa posso fare in una società così preoccupata di difendersi e di riattaccare? Siamo capaci di esprimere le feste della riconciliazione e la gioia per il fratello che ritorna?…

Carlo Maria MARTINI – LA DONNA DELLA RICONCILIAZIONE

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